Luce sul sentiero
Questa luce in sè stessi

Yoga

Diciottesimo capitolo – Lo yoga della liberazione tramite la completa rinuncia

La sede (il corpo), l’agente, i vari sensi, l’ego, ed anche la
quinta, la Divinità che presiede.
Qualsiasi azione un uomo esegue con il suo corpo, la parola e la mente, sia giusta o sbagliata,
queste cinque sono la sue cause.”
Baghavad Gita 18.14-15

In questo ultimo capitolo riassuntivo Krishna affronta diversi argomenti molti dei quali sono già stati affrontati nei capitoli precedenti.  Nei primi versi si sofferma sulla distinzione tra sannyasa e tyaga; nell’induismo classico il sannyasi è un monaco ovvero che lui che rinuncia completamente alla vita mondana e prende rifugio in un monastero o diventa un monaco viandante. Questo cammino di austerità però non è quello promosso da Krishna in questo libro, la rinuncia di cui egli parla deriva dalla parola tyaga che significa letteralmente abbandono; Krishna infatti riconosce che finché abbiamo un corpo è molto difficile rinunciare completamente alle azioni perchè il corpo fisico esige cibo salutare, pulizia e costante attenzione inoltre la Gita è un libro per coloro che agiscono nel mondo e nella società, quindi la parola abbandono fa solo riferimento alla rinuncia ai frutti delle nostre azioni. Anche in questo capitolo viene sottolineata la differenza dei tre tipi di abbandono: tamasico, rajasico e sattvico dove solo quest’ultimo è vero abbandono perchè non ci lega ai suoi frutti. 

Le 5 cause di qualunque azione sono elencate nella citazione ad inizio capitolo: l’agente, il corpo, l’ego, le separate funzioni (i 5 prana vayu) e in ultimo la divinità stessa che risiede in ognuno di noi. Avanzare nel cammino spirituale significa riconoscere che non siamo l’agente delle nostre azioni e quindi impareremo ad usare il nostro ego ed il nostro corpo solo per compiere il nostro Dharma (cammino). L’impulso all’azione nasce dal conoscitore, dalla conoscenza e dal conoscibile. La conoscenza secondo i tre guna è di tre tipi:  Leggi tutto

Baghavad Gita – Diciassettesimo capitolo – Lo yoga della distinzione della triplice fede

“Tutte le creature sono nate con una fede di alcun tipo: sattvica, rajasica o tamasica. Ascolta ora descriverò ognuna di esse. La fede di ognuno è conforme alla sua natura oh Arjuna. La natura dell’uomo è costituita dalla sua fede”
Baghavad Gita 17.02-03

Alla fine del capitolo 16 Krishna ricordò ad Arjuna l’importanza di seguire le sacre scritture. Nel primo verso di questo capitolo Arjuna chiede qual sia lo stato di coloro che non seguono le scritture, ma eseguono i sacrifici con fede? Krishna risponde che la fede degli uomini è indissolubilmente legata alla loro natura e quindi al loro Guna (vedi capitolo XIV) dominante:

  • le persone sattviche quindi si connettono con la luce e la coscienza e mangiano cibi leggeri nutritivi e bilanciati, senza eccessi;
  • le persone di natura rajasica adorano il potere e la ricchezza e mangiano cibi piccanti troppo amari o troppo salati;
  • le persone di natura tamasica adorano gli spiriti ed i fantasmi e mangiano cibi stantii, impuri o troppo cotti e per questo si ammalano e la loro mente è malata.

Alcuni praticano austerità terribili per innalzare il loro spirito ma così facendo si allontanano dal cammino di Krishna che propone invece un cammino di equilibrio lontano da qualunque estremo.
Le austerità e la disciplina yogica (sadhana) quindi devono solo essere fatte con una mente pura senza che sia abbia un desiderio di ricompensa. La parola sanscrita per austerità è tapas che è uno dei 5 niyamas che abbiamo già visto parlando degli yoga sutra di Patanjali; questa parola significa anche calore: il corpo infatti tende ad avere più calore quando si pratica regolarmente una sadhana.
Esistono tre tipi di disciplina:

  • la disciplina del corpo: mantenerlo sano, pulito e mantenendo le sue energie alte;
  • la disciplina della parola: parlare la verità con tono benevolo e calmo.
  • la disciplina della mente: calma, gentilezza e silenzio sono le qualità di un vero yogi.

Nella nostra vita dovremo quindi praticare queste tre discipline per migliorare di giorno in giorno ed essere sempre più tranquilli e sereni.

“Om tat Sat: queste tre parole rappresentano il Brahman, dal quale vengono i Brahmana (i sacerdoti), le scritture ed i sacrifici.”
Baghavad Gita 17.23

Coloro che cercano il Brahman pronunciano il sacro suono Om quando offrono dei sacrifici o dei doni. Coloro che cercano la liberazione pronunciano il suono Tat che significa tutto appartiene a Dio quindi coloro che fanno offerte o sacrifici devono esseri puri nelle loro intenzioni e non attaccarsi ai frutti delle loro azioni. Coloro che cercano di eseguire azioni vere ed oneste e solo dedicate allo spirito supremo possono beneficiare della parola Sat che significa “ciò che è”, indicando appunto tutte le azioni che ci avvicinano al Brahman.

Come ormai vi sarete accorti la Gita ripete l’importanza del non aspettare i frutti delle proprie azioni (in inglese “selfless service”) come forse la più alta delle azioni del guerriero spirituale. Ric0rdiamo che la Gita è un libro per colui che agisce, per colui che vive nella società e per colui che ogni giorno deve affrontarne le sfide della società moderna.

A presto
Maitreya