“La loro devozione verso di me è inflessibile, essi cercano solo Me in luoghi solitari cercando di evitare la folla; questa è la vera conoscenza, cercare il Sé come il vero ed ultimo fine della saggezza. Il cercare qualunque altra cosa è ignoranza”
Baghavad Gita 13.10-11

Per Krishna il campo è il corpo fisico ed il conoscitore del campo è il Sé che può osservare il corpo agire nel mondo. Il corpo fisico attraverso i sensi da origine al piacere ed al dispiacere, all’attaccamento ed all’avversione quindi è strettamente legato al mondo illusorio che lo circonda. Coloro che sono devoti solo al loro cammino spirituale ed al loro maestro possono arrivare alla suprema libertà, essi camminano in questo mondo in modo tranquillo senza dubbi, distaccati dalla malattia e dall’idea di morte. I saggi quindi gioiscono nel stare da soli, essi stanno lontani dalla folla per cercare il Sé; questa ricerca diventa la più importante della loro vita.

Di nuovo Krishna introduce nei versi 12-13 il concetto di Brahman, entità che permea ogni cosa che non può essere definito né come essere né come non-essere. Questo Brahman è chiamato la luce della luce, l’oggetto della conoscenza e la conoscenza stessa.

Dopo aver parlato del Brahman Krishna sottolinea la differenza tra Purusha e Prakriti. Secondo la filosofia Sankya Purusha rappresenta il potenziale della coscienza pura e Prakriti il potenziale puro della materia. Purusha sperimenta il piacere ed il dolore ma Prakriti è la causa ed effetto di ogni azione. Purusha è di fatto il conoscitore del campo, è il testimone, il Sé supremo.

“Dovunque un essere è nato, sia mobile che immobile è, oh Arjuna, sappi che egli deriva dall’unione del Campo e del conoscitore del campo”
Baghavad Gita 13. 26

Quindi il creato ovvero tutto l’universo da noi conosciuto prima e dopo il Big Bang è di fatto figlio dell’unione di queste due polarità. Il conoscitore del campo è come il Sole che lo illumina ma non ne è contaminato. Per questo tutto nasce da un unica sorgente ma allo stesso tempo il creatore non è influenzato dall’azione degli oggetti creati.

Questo grande mistero ha accompagnato l’umanità per millenni. Per secoli abbiamo ammirato le stelle e l’infinito universo cercando di capire perchè fossimo così piccoli e perchè la vita dell’uomo è causa di sofferenza. Abbiamo creato l’idea di Dio perchè nella dualità del nostro linguaggio non possiamo descrivere qualcosa che sia onnipresente, ma così facendo ci siamo separati dal creatore. Il creatore esiste perchè esiste il creato altrimenti non ci sarebbe nulla che possa definirlo come Creatore. La realtà esiste solo perchè esiste colui che la osserva questo è stato ormai scientificamente dimostrato dalla fisica quantica. Questo ragionamento ci porta a capire che noi siamo co-creatori delle nostre vite, noi abbiamo creato la nostra sofferenza e la nostra schiavitù. Questo capitolo quindi è un invito a renderci responsabili del nostro pensiero e delle nostre azioni, se vogliamo creare ricchezza ed abbondanza allora il nostro pensiero dovrà essere affine a ciò, se solo vediamo povertà, mancanza, sofferenza allora questo sarà quello che l’universo ci darà.

A presto
Maitreya