“Ora osserva, oh Arjuna, in questo mio corpo risiede l’intero Universo, e le altre cose che tu desideri vedere.
Ma queste cose non possono esser viste con l’occhio umano, Io ti do l’occhio divino: contempla ora i miei magnifici poteri”
Baghavad Gita 11.7-8

In questo capitolo Krishna si mostra in tutto il suo splendore ovvero con tutte le sue forme accettando la richiesta di Arjuna che chiede di mostrarsi a lui perciò che è veramente. Ma possono gli occhi di un semplice mortale osservare la totalità delle forme, ovvero l’infinito? Certamente no per questo Krishna dona la visione cosmica (l’occhio divino) ad Arjuna in modo che egli possa entrare nel Samadhi (liberazione ultima).

Ricordiamo che nella tradizione yogica esistono due tipi di Samadhi: Savikalpa (con seme) e Nirvikalpa (senza seme).

Nello stato di Savikalpa Samadhi Arjuna può vedere il Supremo come manifestazione di tutte le forme, di tutti gli dei, di tutti i guerrieri, di tutti i santi e di tutti peccatori; infine Arjuna entra nel Nirvikalpa Samadhi dove tutte le forme vengono inghiottite da un’enorme bocca, da questa bocca escono delle fiamme che distruggono e trasformano tutto il creato (anche qui il ruolo del fuoco come elemento trasformatore è essenziale). Quindi nell’illuminazione più alta lo yogi riconosce il potere supremo di Krishna che essendo il tempo stesso, ha il potere di uccidere tutti e di cambiare il cosmo quindi invita Arjuna a non preoccuparsi degli esiti della battaglia perchè tutti prima o poi dovranno abbandonare il proprio corpo fisico.

Quando Krishna torna alla normalità ovvero assumendo la forma conosciuta da Arjuna, quest’ultimo ritorna ad uno stato di tranquillità. Krishna ricorda che solo coloro che sono totalmente devoti a lui potranno arrivare a questa visione, i rituali e le varie austerità praticate dagli asceti e dai monaci infatti non sono sufficienti per la dissoluzione dell’ego.
Ma cosa significa essere devoti a Krishna? Ricordiamo che l’idea della Gita non è quella di fondare una nuova religione. Krishna infatti come Gesù o altri maestri spirituali spesso usano frasi come “devoto a me” o “io sono la via”. Bisogna ricordarsi che le parole “me” ed “io” in questo contesto indicano l’infinita coscienza che sta dietro la forma quindi non fanno MAI riferimento alla Persona ovvero alla maschera. Ricordiamo che dietro ad ognuno di noi c’è una coscienza infinita che permea tutte le cose e quindi l’idea di separazione è ciò che porta l’uomo all’infelicità e all’aggressività.

Purtroppo anche il tentativo di quasi tutte le sette del mondo, eco-villaggi, comunità spirituali è spesso fallito a causa di questa idea di separazione perchè in fondo ci sarà sempre chi possiede di più e chi meno e ci sarà sempre qualcuno che sarà assetato di potere e che cercherà di prevaricare gli altri. Per questo i maestri non-dualisti tendono ad avere una vita normale all’interno della società e ad avere un lavoro “normale” perchè di fatto non sono interessati al separarsi dalla società perché la realizzazione del Sé porta a capire che NOI siamo la società, noi siamo la causa di tutti i sui mali e delle sue afflizioni e non è di certo scappando da essa che troveremo le nostre risposte.

Se vogliamo quindi cambiare la società dovremo prima di tutto cambiare noi stessi. La devozione a Krishna quindi diventa importante perchè significa che siamo solo granelli in un grande deserto e che esistono forze superiori alle quali dovremmo dedicare la nostra vita: questa è l’essenza del Bhakti Yoga, che vedremo in dettaglio nel prossimo capitolo. 

A presto
Maitreya