“Quella dimora non la illumina il sole, né la luna né il fuoco. Avendo raggiunto quella essi non ritornano ad un esistenza separata.”
Baghavad Gita 15.06

Questo breve capitolo tratta alcuni temi di teologia e di esperienze mistiche per cui resta un capitolo abbastanza astratto per il lettore comune. Il capitolo si apre con la descrizione del Asvattha che è un albero appartenente alla famiglia dei fichi, della stessa famiglia ricordiamo l’albero sotto il quale si illuminò il Buddha. Questo albero ha le radici in alto che significa che è al di là del tempo ed è supporto a tutti gli esseri del creato; le foglie sono i chandas ovvero gli inni vedici che si formano grazie alle radici poste in alto nel Brahman; il conoscitore di quest’albero è così un conoscitore dei veda, egli conosce quindi tutto ciò che c’è da sapere; i rami sono vitalizzati dai guna e gli oggetti dei sensi sono i germogli. La vera origine (ovvero il supremo spirito)  di questo albero non è conosciuta in questa terra per cui Krishna suggerisce il bisogno di recidere le sue radici con la scure del non attaccamento per poter abbattere l’ignoranza. Il saggio quindi libero da questo attaccamento e da desideri egoistici raggiunge il supremo spirito che è l’unica meta del praticante yoga, coloro che raggiungono il Brahman quindi non ritornano ad un esistenza separata (vedi la citazione ad inizio articolo) perchè di fatto si fondono nel tutto.

L’eterno Sè, continua Krishna, attraverso le orecchie, gli occhi ed il naso gode degli oggetti dei sensi. Significa che il Sè deve per forza utilizzare dei mezzi mortali ed appartenenti alla dualità per poter avere esperienza delle cose altrimenti esisterebbe solo come forma pura di coscienza ma senza nessuna possibilità di fare esperienza. Coloro che hanno gli occhi della saggezza Vedono perchè si rendono conto che il Sè è immortale e che ciò che perisce è solo la forma e niente di più. A questo punto una mente critica potrà dire che è una specie di sdoppiamento perchè c’è ancora la convinzione di essere un corpo fisico ed una mente piena di pensieri.

“Coloro che si sforzano risoluti sul cammino dello Yoga vedono il Sé all’interno, ma i grossolani ed i non i intelligenti nonostante gli sforzi non lo vedono.”
Baghavad Gita 15.11

Ancora una volta Krishna invita alla stabilità nel cammino spirituale sapendo quanto è difficile per gli esseri umani attaccarsi al piacere o alle piccole soddisfazioni personali. Nessuno dei tuoi amici o dei tuoi familiari (nella maggior parte dei casi) infatti vuole vederti su questo cammino perchè non riescono a vederne la profondità e perchè per loro è impossibile rinunciare al mondo in cui credono. Il cammino spirituale è solo per le anime più forti che non si lasceranno scalfire dalle difficoltà ne da tutte le persone che inevitabilmente le daranno contro, è un cammino solitario che però ti riempirà di gioia e completezza perchè ti renderà inevitabilmente indipendente e soddisfatto.

Krishna continua dicendo di essere la saggezza che risiede nel cuore degli uomini e ci ricorda che tutte le scritture portano a lui. Non vi è dubbio che tutte le religioni sono un tentativo pallido di avvicinarsi a qualcosa che va la di là della nostra comprensione e che quindi la rinuncia alle azioni è l’unico cammino valido.

A presto
Maitreya