“Più grande è lo sforzo, più glorioso è il trionfo. La realizzazione del Sé richiede uno sforzo molto grande.”
Swami Sivananda Saraswati

Il bellissimo Meenakshi ashram di Sivananda si trova in mezzo alle colline del sud del Tamil Nadu circondato da una natura lussureggiante e quasi incontaminata anche se purtroppo i locali non si prendono troppo cura dell’ambiente e la laguna appena fuori dall’ashram è circondata dalla sporcizia. Di tutti modi l’ashram offre una ambiente silenzioso, lontano dalla caotica città di Madurai e circondato da colline ricoperte di boschi immensi dona al visitatore uno stato di pace che è difficile trovare sopratutto in India. 

L’ATTC (acronimo per advanced teacher training course) dura circa un mese, molto simile al TTC ma anticipando la sveglia di un ora per avere tempo di fare pranayama al mattino prima del satsang. Vediamo l’orario nel dettaglio di quasi tutte le giornate nell’ashram:

04:30                     Sveglia
05:00 – 06:00     Pranayama
06:00 – 07:15      Satsang (meditazione, canti, lettura, aarti) o silent walk fuori dall’ashram
07:45 – 08:45      Hatha Yoga
09:00 – 10:00     Anatomia e fisiologia
10:00 – 10:30      Brunch
10:45 – 11:45        Karma Yoga
12:00 – 13:00      Raja Yoga (Yoga sutras) o lezione di Sanskrito
14:00 – 15:30       Vedanta
16:00 – 18:00      Hatha Yoga
18:00 – 18:30      Cena
20:00 – 21:30      Satsang
22:00                     Silenzio

Ricordo a più che in india negli ashram non esistono lavatrici il che significa lavare a mano tutti i vestiti per tutta la durata del corso ovviamente durante i pochi minuti liberi della giornata o il venerdì che è l’unico giorno libero. Per quanto riguarda il cibo ricordo che nella dieta yogica il cibo dovrebbe essere rigorosamente non piccante, ma per gli Indù questo è un tema molto difficile da accettare tanto che gli stessi ashram stanno cedendo alla tradizione di fronte alle continue lamentele dei locali che trovano il cibo senza sapore, di conseguenza per alcuni europei il cibo potrebbe risultare troppo piccante (come lo è stato per me).  Come durante il TTC e da tradizione Indù tutte le lezioni si seguono seduti per terra, il che significa che i dolori alle ginocchia e alle anche sono all’ordine del giorno.

La disciplina quindi è abbastanza severa e mette a dura prova l’ego: non si ha mai tempo né per se stessi né per riposare completamente il corpo fisico ed è giusto che sia così altrimenti non ci sarebbe nessun cambio nelle nostre menti. La nostra mente infatti si attacca alle comodità, un letto comodo, tre pasti o più al giorno, quando queste comodità scompaiono ecco che subito ci lamentiamo. La disciplina quindi è parte del percorso spirituale, in essa vi è una bellezza, la bellezza di metterci alla prova, di sentire il nostro corpo stanco, di poter osservare come facilmente il nostro ego vuole e desidera di più di quello che ha nel momento presente.

La mia esperienza

Appena arrivato mi resi conto che non sarebbe stato un corso tranquillo, per la prima volta mi ritrovai con circa 95 compagni di corso, la maggior parte indiani, sentii l’energia del gruppo molto forte e sapendo quanto ami la quiete ed i luoghi con poche persone sentii di essere uscito dalla mia zona di comfort il che fu un ulteriore personale sfida.

Durante le lunghe sessioni di pranayama del mattino potei osservare cambiamenti nel mio corpo, la mia energia aumentò, le meditazioni diventarono più intense, cercai sempre di sedermi nelle prime file vicino al palco durante il satsang per poter concentrarmi meglio, a volte mi sedevo sul fondo con gli amici, ma purtroppo era una costante distrazione. Trovai molta pace come sempre nei canti e nella meditazione, mi accorsi purtroppo come molte persone cerchino solamente il certificato e pur avendo già superato il TTC ancora non riuscissero a sedersi a meditare. Nella mia esperienza la meditazione è più importante di qualunque asanas, queste ultime infatti dovrebbero essere intese solo come uno strumento che ci possa aiutare ad entrare più facilmente in stati meditativi, ma per molte persone cosi non è.

Le lezioni tenute dagli swami furono molto interessanti, ma ovviamente rivolte ad un pubblico Indù classico, padri di famiglia, gente che aveva mogli e figli e stressati da una vita di ufficio. Ormai erano 25 mesi che vivevo viaggiando senza sapere che cosa fosse un lavoro stabile ed una vita routinaria, ma avevo si imparato quanto un viaggio a lungo termine possa stressare la mente ed il corpo e quanto la mente influisca durante un viaggio zaino in spalla; potei così in qualche modo relazionarmi ai dialoghi pur venendo da un contesto completamente diverso. Studiare l’alfabeto Sanskrito fu una vera sfida che trovai utile solo da un punto di vista di allenamento mentale, non sono mai stato un fan delle lingue antiche quindi non posso dire di essermi appassionato ad essa. L’India per difendersi dai vari certificati che esistono nel mondo ha aggiunto nuove regole per chi vuole entrare nel mondo dello yoga esigendo quindi anche questo parametro.

Ricorso che la scuola Sivananda è basata sul Vedanta quindi questa filosofia che trovo personalmente interessantissima sta alla base degli insegnamenti. La parola Vedanta significa letteralmente “la fine della conoscenza”. Il significato è curioso perché ha di fatto due interpretazioni: la più scontata è che il Vedanta corrisponde alle famose Upanishads che sono di fatto l’ultima parte (ovvero la fine) dei 4 veda classici, la parola sta a indicare però come la meditazione e lo stato di illuminazione porti al cessare della conoscenza intesa come accumulo di nozioni, infatti la persona presente può osservare la realtà senza ricorrere all’archivio di memorie che servono per analizzare la realtà attorno a noi, quando questa analisi scompare resta il puro presente, questa fine della conoscenza è per lo yoga tradizionale la vera e più profonda conoscenza della realtà, quando il velo di Maya (illusione) viene distrutto l’uomo è finalmente libero. L’insegnamento del Vedanta quindi aiuta il praticante ad osservare la realtà da un nuovo e sconvolgente punto di vista, prova ad esempio ad osservare una persona senza emettere alcun tipo di giudizio o pensiero, ma semplicemente osservarlo come lo farebbe un bimbo di 2 anni…..difficile vero? Ma non impossibile secondo gli antichi yogi. Trovai ovviamente interessanti le spiegazioni degli Yoga sutra di Patanjali, un libro meraviglioso di cui ho già parlato in questo articolo.

Ma veniamo alle lunghe pratiche di asanas. Mentre il TTC era focalizzato sul formare nuovi insegnanti, l’ATTC si focalizzò molto di più sulla precisione in cui le asanas vengono eseguite e ovviamente dedicammo molto tempo  alle asanas più avanzate. Durante il pomeriggio si entrò nel dettaglio di alcune posizioni e si ripassarono gli errori classici che gli studenti posso compiere durante la pratica, venne inoltre riproposta la lezione per le persone anziane e per le donne incinte.

Le asanas vennero eseguite rimanendo per più di 3 minuti (arrivando a volte fino a 5 minuti) nelle posture: sentii come rimanendo a lungo nelle posizioni si possano effettivamente percepirne i benefici a livello fisico, ma anche e sopratutto a livello mentale: la mente infatti avendo tempo tra una postura ed un’altra ha tempo di focalizzarsi sul respiro e si può più facilmente entrare in una meditazione attiva.

Nonostante le difficoltà potei entrare in sintonia con il mio corpo e le mie emozioni, poco a poco mi accorsi come passare lunghi periodi in ritiri in mezzo alla natura porti la mente a calmarsi, si è talmente occupati nelle lunghe ore di pratica che i nostri problemi scompaiono, smisi di pensare al mio futuro ed al mio passato e potei veramente concentrarmi sul presente nel bene e nel male accettandolo così com’era.

La peculiarità di questo ashram è che ogni sabato sera propone un talent show dove le persone possono esprimersi attraverso danze, canti, musica, atti teatrali, il che rende il clima più fraterno e si esce un pò dallo schema della disciplina classica. Grazie a questi spettacoli potei conoscere molto di più sui canti e la musica di diverse regioni dell’India. 

Conclusione

Sarò sempre dell’idea che ogni organizzazione spirituale porta con sé un limite dettato dai dogmi e dalle restrizioni che essa contiene, ma noi esseri umani siamo così distratti che senza di esse ci perderemmo costantemente in frivolezze come facciamo spesso nella vita di tutti i giorni. L’esperienza dell’ashram resta a mio avviso un ottima esperienza di allenamento e preparazione, poi starà ad ognuno di noi farne tesoro per portare a casa  questa disciplina che un giorno si trasformerà in disciplina del cuore ovvero lo faremo perché veramente sentiamo di farlo e non perché ci viene imposto dall’alto. Nessun uomo arriva dove arriva da solo, la nostra vita è costantemente influenzata da elementi esterni a noi, quindi cambiando l’esterno si può aiutare a cambiare il nostro interno (anche se a volte il cambiamento non avviene a causa del troppo condizionamento).

Sono e sarò grato a Sivananda per aver dimostrato di esser una scuola di alto livello e per l’ottima preparazione dei suoi maestri. Oggi però ho scoperto che il maestro è dentro ognuno di noi, ed è solo quel maestro che dobbiamo seguire, tutte le vie, tutti i maestri devono portare solo verso te stesso altrimenti non sono veri insegnamenti.

Non ho voluto entrare troppo nei dettagli dell’esperienza che mi ha portato in contatto con la cultura indù, facendomi conoscere persone incredibili e facendomi entrare sempre di più dentro me stesso. Lascio a voi la gioia dello scoprire cosa vuol dire diventare insegnati (o semplicemente praticanti) di yoga  e seguire questo incredibile stile di vita.

A presto
Maitreya